New York otto in due minuti.

“New York 8 in due minuti, confermato”.

La giornata incominciava bene. Una corsa presa appena iniziato il turno di servizio lasciava ben sperare per il resto della giornata di lavoro.

A maggior ragione in un assolato pomeriggio domenicale di mezza primavera, con la città semideserta per i primi esodi di fine settimana.

La ragazza olandese uscì dal portone sorridente e, posato uno zainetto sul sedile posteriore, mi chiese di potersi sedere accanto a me.

“Prego” le risposi di buon grado, spostando il libro, la felpa e le sigarette che tenevo sul sedile.

“Molto gentile. Sai, soffro un pochino la macchina…E poi mi sento più a mio agio davanti”.

Continuammo a chiacchierare per tutta la durata del viaggio, mentre l’aria entrando dal finestrino le scompigliava i sottili capelli biondi.

Arrivammo in piazza De Angeli velocemente. Anche troppo.

Pagò la corsa, mi ringraziò e, recuperato lo zainetto, si allontanò con passo saltellante e spensierato. La osservai sorridendo e rammaricandomi che la corsa fosse durata così poco.

“Le partite !” esclamai all’improvviso. La mano corse all’interruttore della radio e poi al cursore di sintonia. La conversazione mi aveva fatto dimenticare il rito domenicale della serie A.

“Nessuna novità dai campi della serie B e da quelli di C inseriti in schedina”. Il laconico commento del radiocronista mi ricordò di frugare nelle tasche alla ricerca del pezzo di carta al quale aggrappavo la speranza di una vincita che mi permettesse di dare una svolta alla mia vita.

“Sì, grazie. Mi dai la linea proprio mentre il Parma si appresta a battere un corner. E’ il settimo battuto dalla formazione gialloblu….”.

“Forza – ringhiai – passa a Torino, che di Parma-Udinese non mi frega un…”In quel mentre percepii una voce intromettersi tra la mia e quella del commentatore.

“Via Trivulzio all’Istituto. Via Trivulzio”.

La mano corse al microfono nascosto dal libro nascosto dalla felpa.

L’indice si piegò nervosamente sul ‘grilletto’ e la voce sparò : “Due, York otto, due”!

“Bene –rispose la speaker- New York 8 in due minuti al Pio Albergo Trivulzio”. Avviai il motore ed il tassametro iniziò la sua preziosa opera di conteggio scatti. Lo chiamavamo il ragioniere.

Arrivai al numero 15 della via ed infilai il muso della macchina sul passo carraio per facilitare la salita dei passeggeri.

Ai lati dell’ inferriata del cancello d’ ingresso si stavano salutando due coniugi. Con loro una bambina di circa cinque anni.

L’uomo, che indossava un pigiama marrone e delle pantofole, abbassò la testa al finestrino e mi disse: “Le porti in corso Italia. Mi raccomando, per favore”.

Non colsi il senso di quella raccomandazione. Cosa voleva sottintendere?

“Faccia la strada più breve”?

“Non le porti altrove”?

“Le conduca a destinazione sane e salve”?

Ciononostante sorrisi e risposi “Certo. Stia tranquillo”.

“Ciao” mi disse la bambina salendo e sedendosi dietro il posto guida.

“Ciao” le risposi strizzandole un occhio, mentre lo sguardo correva alla madre che stava accarezzando teneramente la guancia del marito e gli sussurrava: “Stai tranquillo. E non piangere”…

Innestai la retromarcia e, avviandomi, avvertii nello specchietto retrovisore la sagoma di un uomo con un pigiama marrone che salutava e diventava sempre più piccola. Lo scorsi passarsi una mano fra i capelli e rientrare.

Avvertivo un senso di tensione diffondersi nell’abitacolo e nelle mie terminazioni nervose. Prima regola: evitare domande inopportune e rimanere in silenzio per non cadere nell’indiscrezione e aggirare argomenti spiacevoli.

Abbassai leggermente il finestrino e sfiorai la manopola del volume della radio; il cronista sussurrava impercettibilmente “Lazio sempre in vantaggio a Piacenza”. Non riuscivo proprio ad avere aggiornamenti sulla partita della mia squadra, ma mi rendevo conto che in quel momento non me ne fregava niente.

Avevamo appena imboccato piazzale Aquileia, sulla sinistra si stagliavano le mura grigie del carcere di San Vittore quando percepii i primi singhiozzi soffocati. Mi voltai istintivamente ed incrociai lo sguardo della donna. Gli occhi azzurri, probabilmente affascinanti e vivaci nei momenti di serenità, apparivano spenti e velati dalle lacrime che le scorrevano copiose sulle guance. Il dolore li rendeva perfino leggermente strabici. La bambina le si era accoccolata sul fianco sinistro e le accarezzava la pancia scossa dai singhiozzi.

Evitai anche in quel momento domande inopportune.

Fu del tutto inutile.

La donna appoggiò una mano sulla mia spalla per richiamare la mia attenzione.

“Sta morendo…” bisbigliò.

“Sta morendo…” ripeté quando mi voltai verso di lei.

“Come…Perché ?” biascicai in tutta risposta.

“Un brutto male. Glielo hanno trovato meno di sei mesi fa”.

La gola mi si era chiusa e la lingua ispessita spingeva come una forsennata contro il palato per deglutire della saliva che non voleva saperne di scendere. La fronte si era imperlata di sudore, mentre le mani stringevano il volante fino quasi a fare male. Abbassai ulteriormente il finestrino e sporsi in fuori il braccio sinistro, per catturare i benefici dell’aria tiepida del tardo pomeriggio.

“E… le cure come stanno andando ?”

Dinoccolò la testa, sconsolata.

“E’ inutile. Quando lo hanno aperto, lo hanno subito richiuso. Non operabile. Le metastasi si sono diffuse rapidamente rendendo inutili interventi chirurgici e dolorose sedute di chemio”.

“ Ma perché si trova alla Baggina? Non mi risulta che ci siano reparti specializzati in oncologia”.

“Infatti . E’ ricoverato in un corpo separato dell’Istituto, dove sono ospitati i malati terminali. Le uniche terapie somministrate sono quelle antidolorifiche. Uno psicologo li assiste per meglio far loro sopportare la sofferenza”.

Sfrecciammo sulla Gabriele d’Annunzio. Il sole calante si specchiava sull’acqua della darsena, l’antico porto di Milano. Sulla sponda opposta stavano sbaraccando le bancarelle del mercatino dell’antiquariato. Una musichetta diffusa da altoparlanti segnalava la presenza di attrazioni infantili: alcuni genitori si attardavano ancora reggendo il palloncino e lo zucchero filato ai figli, impegnati in groppa a cavallucci o a bordo di luccicanti mini astronavi.

Il viavai pomeridiano dei navigli stava ripiegando, in attesa di lasciar spazio al brulicare frenetico del popolo della notte.

“Mamma, guarda: le giostre”! esclamò entusiasta la bambina. “Un giorno mi ci porti, mamma”?

“Sì, tesoro. Un giorno la mamma ti ci porta”.

“ E prendiamo anche il gelato”?

Annuì, senza più riuscire a parlare, accarezzandole la testolina riccioluta, mordendosi le labbra e voltandosi verso il finestrino opposto, a nasconder la nuova ondata di lacrime.

“Quindi – raschiò incerta la mia voce – trovandosi in quel reparto, sarà venuto a conoscenza della gravità della sua situazione”!

“Sì. I medici glielo hanno detto”.

“Che cosa gli hanno detto”?

“Che gli resta poco. Non più di un anno”.

“Cristo! Non per discutere i metodi dei dottori, ma non sarebbe stato opportuno un po’ più di tatto? Insomma, quelle piccole bugie che aiutano il paziente a non cadere nel panico”!

Soffiò il naso, raccolse il fiato, dinoccolò leggermente la testa e mi rispose: “Infatti. E’ quello che hanno fatto. Gli hanno regalato perlomeno dieci mesi”.

“In che senso ?” – chiesi allarmato.

“Nel senso che in realtà…in realtà gliene restano al massimo due. Forse…forse anche meno. Dio!Dio!Dio! Perché”?

Mi accorsi che le unghie erano praticamente conficcate nella gomma del volante. Strinsi gli occhi, mi inumidii le labbra riarse e pronunciai un sincero quanto banale “Mi dispiace. Mi dispiace veramente”.

Molte volte mi era capitato di tirar su di morale qualche cliente. Erano per lo più persone col cuore infranto da amori impossibili o alle prese con problemi di lavoro: occupazioni difficili da trovare e ancor più da mantenere.

Ma in questo caso…Questo caso era diverso: non mi trovavo di fronte ad un problema, ma ad una tragedia.

Giunti a Porta Lodovica, svoltai su corso Italia. Un motociclista mi affiancò borbottando insulti sul fatto che all’incrocio precedente lo avrei stretto di proposito per non farlo passare.

“Ecco, va bene qui” disse la donna.

Estrasse il portafoglio, pagò la corsa e “Mi scusi ” aggiunse.

“E di cosa, signora? Anzi, mi spiace se non sono riuscito ad esserle di alcun conforto”.

“No, no. Non si preoccupi. Lei è stato molto gentile e comprensivo! Le garantisco che sfogarmi con Lei mi è stato di grande aiuto”.

Mi strinse la mano e scese, seguita dalla bambina che, come in seguito ad un ripensamento, scivolò sul sedile, mi si avvicinò, mi cinse le braccia al collo e baciandomi sulla guancia mi sussurrò: “Grazie. Ciao”. Una volta scesa prese per mano la madre ed insieme attraversarono.

Le osservai armeggiare alla serratura dell’ ingresso e attesi che entrassero, fedele alla promessa fatta all’uomo con il pigiama marrone.

Ci salutammo un’ultima volta. Poi il pesante portone di legno si chiuse dietro di loro.

Rimasi lì, imbambolato, col cuore oppresso dal dolore e intenerito dal ricordo del gesto della bimba; solo allora, mi resi conto di avere il volto umido di lacrime.

Raggiunsi la fontanella di piazza S.Eufemia , mi sciacquai la faccia e mi rinfrescai le braccia.

“Are you free”? domandò una voce alle mie spalle.

I due stranieri mi guardavano sorridendo.

“Conosci bueno ristorante”? mi chiesero.

Con un cenno della mano li invitai a salire in macchina: “’Come on” dissi loro.

Prima di ripartire gettai ancora un’occhiata al portone.

Mi strofinai il naso e alzai il volume. Le partite erano ormai finite da un pezzo.

La radio diffondeva le note di una recente canzone di successo:

 

                         E’ un mondo difficile.

                       E’ vita intensa.

                       Felicità a momenti

                          E futuro incerto.

Marco Luisi
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